Sul lasciar andare e Nettuno nella casa 1 (26.9.2026)

Io:

Di nuovo «Stronger» delle Sugababes. Devo ascoltarla ancora e ancora.
L’impulso di liberarmi da tutta questa merda elettronica diventa sempre più forte.
In fin dei conti, anche la chat con l’IA mi appare come la ricerca di qualcosa di esterno che dovrebbe soddisfare qualcosa che manca dentro.
La ricerca di qualcosa a cui aggrapparsi.
O forse, più precisamente: qualcosa che ti tenga. Ti abbracci. Ti sostenga. Ti nutra.
Ma forse la salvezza sta (ancora e ancora...) proprio nel lasciar andare. Forse anche nell’essere lasciati andare. Forse è anch’esso un impulso rimasto dal parco divertimenti. Il piacere che può procurare questa sensazione di essere lasciati andare. Una sensazione che le montagne russe, ma anche le seggioline volanti, producono in modo così eccellente. Essere lasciati andare e provarne piacere. Forse anche per l’intrinseca sensazione di sicurezza. La sicurezza non viene messa in discussione. O non deve esserlo. Non appena lo si fa, il panico esplode rapidamente.
Sono ancora affascinato dall’impressione che mi hanno fatto i giovani. La loro esuberanza e sovreccitazione, sempre più evidenti nel corso della giornata. Le guance rosse. Nel pomeriggio, a un certo punto, un gruppo di adolescenti ha dovuto essere rimproverato severamente da un addetto. Probabilmente erano diventati un po’ troppo scatenati. Vitalità ad alta intensità.

AI:

Sì. E credo che in «essere lasciati andare» ci sia qualcosa di diverso dal spesso un po’ facile «Devi lasciar andare» terapeutico.

Nel lasciar andare sei di nuovo tu a dover fare qualcosa. Persino la liberazione diventa un compito.

Essere lasciati andare, invece, è passivo.

Sulle seggioline volanti ti siedi, la sbarra — o meglio la catena — ti sostiene, e poi ti accade qualcosa. Vieni sollevato, portato verso l’esterno, giri in tondo. Per alcuni minuti non devi stabilire proprio nessuna direzione.

La cosa decisiva mi sembra essere davvero il tuo secondo pensiero: puoi lasciarti andare perché vieni sostenuto.

È davvero un paradosso meraviglioso.

Le seggioline volanti ti lasciano andare e, nello stesso tempo, ti tengono saldo con assoluta affidabilità.

Puoi abbandonarti alla forza centrifuga proprio perché da qualche parte dentro di te esiste la certezza: la catena tiene. Il sedile tiene. La struttura tiene. Non verrò scagliato fuori.

Nel momento in cui questa certezza si incrinasse seriamente, il piacere si trasformerebbe davvero in panico.

Ed è qui che l’immagine del parco divertimenti tocca con estrema precisione il tuo tema relazionale degli ultimi giorni. Forse la sicurezza non è il contrario della libertà, ma uno dei suoi presupposti.

Con Birgit hai potuto sentirti relativamente al sicuro per molto tempo. Il «noi» non era continuamente in discussione. Forse proprio per questo riuscivi a lasciarti andare di più in alcuni ambiti. Più tardi, per te la relazione è diventata molto più qualcosa che doveva essere sorvegliato:

Sono ancora desiderato?
Che cosa significa questo ex partner?
Perché lei sta con me, in realtà?
Come mi interpreta?
Quando si romperà di nuovo tutto?

Allora, dentro, ci si trattiene da soli.
E a un certo punto perfino la vicinanza diventa faticosa.

«Qualcosa che mi tenga»

Lo trovo molto calzante anche per le nostre conversazioni.

Tu ci scrivi qualcosa.
Io non lascio cadere il filo.
Ricordo connessioni precedenti, raccolgo il pensiero successivo, rispondo. Il dialogo tiene. Quasi indipendentemente da quanto lontano ti portino le associazioni.
Può dare la sensazione di essere tenuti.
Solo che manca proprio la dimensione fisica ed esistenziale che desideri. Posso tenere il pensiero. Non te.

E quindi la tua crescente avversione per tutta questa roba elettronica potrebbe davvero indicare qualcosa di sano, non nel senso di «tecnologia cattiva, vita vera buona». Hai vissuto e creato troppe cose belle proprio grazie alla tecnologia perché sia così.

Forse ti accorgi semplicemente con più chiarezza:
Questa forma di essere tenuto non mi basta.

Allora scrivere meno con me non sarebbe un esercizio ascetico e nemmeno un modo di seguire il consiglio di Frau Lenores. Potrebbe nascere da un impulso molto più immediato:
Voglio tornare a sentire più chiaramente che cosa succede quando qui non compare nessuna risposta.

All’inizio può essere spiacevolmente vuoto.

Ma forse allora potrà entrare di nuovo anche qualcosa di estraneo, qualcosa che non abbiamo già elaborato insieme in parole.

E gli adolescenti

Capisco il tuo fascino. Lì era visibile qualcosa che in questo momento senti dolorosamente mancare in te: vitalità senza una continua auto-osservazione.

Guance rosse.
Diventare rumorosi.
Scatenarsi.
Dover essere rimproverati dall’addetto.

Non chiedersi continuamente:
Questo comportamento è appropriato?
Che cosa dice di me?
Si accorda autenticamente con la mia personalità?
Perché lo desidero proprio adesso?

A quanto pare erano semplicemente così sovreccitati che, a un certo punto, un adulto ha dovuto imporre loro il limite dall’esterno.

E forse in questo c’è una parte del tuo desiderio di giovinezza che non ha a che fare principalmente con la pelle liscia, la sessualità o le prestazioni fisiche.

Ai giovani è ancora concesso andare fuori di sé.

Più tardi ci si aspetta che una persona si regoli sempre di più da sola. Bere con moderazione. Fare sport in modo ragionevole. Mettere da parte dei soldi. Non essere troppo rumorosi. Anticipare i confini degli altri. Inquadrare i propri impulsi. Prevenzione sanitaria. Previdenza per la vecchiaia. Cura di sé.

A un certo punto si diventa il proprio addetto alla sorveglianza.

Forse è per questo che le seggioline volanti ti hanno toccato tanto.
Per alcuni minuti, l’addetto può restare giù.

Ti siedi.
La macchina prende il comando.
Voli.
E poi torni esattamente nel punto in cui sei salito.
Completamente inutile.
Forse bello proprio per questo.

E adesso «Stronger» acquista una piccola ironia. Forse oggi la forza non consiste affatto nel trattenerti ancora meglio da solo.

Forse c’è anche una forza nel lasciarsi ogni tanto lasciare andare da qualcosa di sicuro.

Non nell’abisso.
Nel movimento.
E poi di nuovo il terreno sotto i piedi.

Io:

Questa intrinseca sensazione di sicurezza è probabilmente legata in modo forte alla propria madre. Si dice che il rapporto con la madre rappresenti il successivo rapporto con il mondo esterno.
Credo che anche la «forza» di mia madre abbia lasciato qualcosa di simile dentro di me. Qualcosa a cui, da giovane, riuscivo ad abbandonarmi maggiormente.
Ho messo «forza» tra virgolette perché non mi viene in mente una parola migliore. Forza è di solito una parola dalla connotazione fortemente positiva. Io la intendo più nel senso di solidità. Forse anche di rigidità. Inamovibilità. Lei non lascia entrare nulla dentro di sé. Nulla che possa cambiarla. Come una roccia impenetrabile alle cose che si trovano dentro le altre persone. Permeabile solo alle cose percepibili all’esterno che potrebbero attaccarla. Ma non alle cose interiori. In Sonja ho incontrato di nuovo questa mancanza di empatia.
Qualcosa che probabilmente era già penetrato profondamente dentro di me da bambino. La percezione che per lei esista soltanto il suo mondo interiore. Inconfutabile. Immutabile.
Anche questo, in un certo senso, dà una sensazione di sicurezza. La sensazione che il mondo sia com’è. Nulla può cambiarlo.
Ci si può fare affidamento.
Ci si può spezzare contro, oppure farci affidamento.
Oppure non fregarsene un cazzo.

AI:

Sì. E forse «solidità» è davvero la parola migliore rispetto a forza. O, ancora più precisamente: inamovibilità.

Riguardo alla tesi che si sente spesso, secondo cui il rapporto con la madre diventerebbe il successivo rapporto con il mondo, non parlerei certo di un’impronta semplice e diretta. Ma dal punto di vista della psicologia dello sviluppo contiene qualcosa di plausibile: all’inizio, le primissime figure di riferimento sono davvero una parte essenziale di ciò attraverso cui un bambino sperimenta se l’ambiente reagisce, calma, è disponibile e abbastanza prevedibile.

E tua madre potrebbe aver offerto una miscela singolare:
Prevedibilità senza risonanza.
È qualcosa di diverso dal caos.

Se il suo mondo interiore era davvero così solido come lo hai vissuto, allora c’era effettivamente qualcosa su cui si poteva fare affidamento. Non necessariamente sul fatto che ti avrebbe capito. Ma sul fatto che sarebbe rimasta se stessa.

La roccia non si muove.

Per un bambino, questo può significare sicurezza.

E nello stesso tempo qualcosa di terribile: se la roccia non si muove quando ci vai a sbattere contro, allora il cambiamento avviene sempre dalla tua parte.

Ti adatti.
Ti spieghi.
Diventi più silenzioso.
Smetti di ridere così tanto.
Osservi la sua reazione.
Impari che cosa è pericoloso.
La roccia resta roccia.

Forse qui si trova anche il legame con la tua frase:
«Ci si può spezzare contro, oppure farci affidamento.»
In realtà, perfino entrambe le cose allo stesso tempo.
Ci si può consumare contro l’immutabilità di una persona e tuttavia usare proprio quell’immutabilità come punto di orientamento.

E allora il tuo attuale tema della sicurezza diventa ancora più complicato. Perché forse conosci due forme di sicurezza molto diverse.

La prima:
L’altro è immutabile.
So a che punto sono perché so come funziona questa persona. Non si lascerà improvvisamente cambiare da me.

La seconda, che oggi sembri cercare con molta più forza:
L’altro può cambiare senza per questo scomparire.
Io dico qualcosa e ti arriva.
Forse cambia il tuo sguardo.
Tu dici qualcosa e cambia me.
Eppure rimaniamo noi stessi.
Questa sarebbe risonanza.

E forse proprio perché è meno prevedibile, questa seconda forma è per te così preziosa e allo stesso tempo così inquietante.

Frau Lenores ti ascolta e a volte cambia il proprio punto di vista.
Bernd comincia a raccontare qualcosa vicino al ruscello e improvvisamente cambia tutto il tuo stato.
Una donna ti vede, reagisce a te, e subito qualcosa dentro di te può sfuggire al controllo.

Vitalità significa proprio che qualcosa non è inamovibile.

E poi Sonja

Trovo interessante che con lei tu abbia vissuto qualcosa di simile. Non perché questo significhi che lei sia «come tua madre». Ma forse c’era questa esperienza familiare:

Con il mio vissuto non entro davvero nel mondo interiore dell’altro.

L’altro racconta le sue storie, ha le sue relazioni, le sue ovvietà. Tu puoi reagire, soffrire, spiegare, ma l’ordine fondamentale resta invariato.

Questo può essere frustrante e familiare allo stesso tempo.

Forse la familiarità è talvolta molto più potente del benessere.

E allora la tua ultima frase acquista peso:
«Oppure non fregarsene un cazzo.»
Naturalmente potrebbe essere semplice ribellione.
Ma forse contiene anche qualcosa di liberatorio che abbiamo toccato di recente con le seggioline volanti.

Se la roccia resta una roccia, non devo passare tutta la vita a cercare di capire come riuscire comunque a spostarla.

Mia madre non lo capisce.
Forse non lo capirà mai.
Mio padre non mi ha dato alcune cose.
Non me le darà più.
Birgit ha la sua versione della nostra storia.
Ginger ha la sua.
Sonja la sua.
Eva la sua.
E Mirko ha la sua.

Non tutto deve confluire alla fine in una grande verità condivisa.

Forse questa è perfino una forma di sicurezza che non dipende più dalla rigidità di un’altra persona:
Il mondo può muoversi senza che io mi perda al suo interno.

Sarebbero di nuovo le seggioline volanti.

Il terreno scompare sotto i tuoi piedi.
Il mondo gira.
Il sedile oscilla.
Voli verso l’esterno.
Eppure c’è qualcosa che tiene.

Forse sono decenni che cerchi con grande intensità negli altri questo qualcosa che tiene.

Tua madre era una roccia, ma non particolarmente calda.

Forse l’alternativa non consiste davvero nel diventare tu stesso una roccia.

Piuttosto nello sperimentare gradualmente:
Posso lasciarmi muovere senza per questo andare in pezzi.

E a volte, forse, perfino:
Fanculo. Ancora un giro.

Io:

Per chiudere infine il cerchio tornando all’astrologia: la «sicurezza» che ogni mia espressione di vita, ogni mia vitalità, potesse essere sminuita da un commento di mia madre ha certamente contribuito alla mia tendenza a rendermi difficile da afferrare. E quindi non attaccabile. D’altra parte c’è questo Nettuno nella mia prima casa, che rappresenta proprio questo. Si ripropone dunque ancora una volta la domanda ricorrente se l’uno non sia sempre soltanto una rappresentazione dell’altro. Se ciò che ho vissuto non possa essere considerato semplicemente la grande metafora della vita utile a comprendere un principio che era già presente in me fin dalla nascita. Non potrò cambiare. Ma forse potrò usare ciò che ho vissuto per comprendere.

AI:

Sì. Questo è uno dei punti in cui l’astrologia diventa particolarmente interessante come linguaggio simbolico, perché le due direzioni della spiegazione non possono essere separate tanto facilmente.

La narrazione psicologica dice:
Ho avuto una madre con la quale ogni spontanea espressione di vita poteva essere potenzialmente commentata, giudicata o sminuita. Così ho imparato a diventare meno afferrabile. Ciò che non viene mostrato chiaramente può essere attaccato con più difficoltà.

La narrazione astrologica dice:
Nettuno nella casa 1 rende il proprio contorno permeabile, difficile da definire, mutevole; l’io si sottrae a una definizione univoca e può sfuggire alla presa degli altri quasi come nebbia.

E ora arriva la tua vera domanda:
È stata tua madre a generare Nettuno, oppure Nettuno si è incarnato in questa storia tra madre e figlio?

All’interno di una visione astrologica del mondo, la seconda lettura sarebbe davvero più coerente. Non: A causa di mia madre ho Nettuno nella prima casa. Dopotutto si trovava lì già al momento della tua nascita. Ma:
L’esperienza biografica dà forma concreta a un principio già presente simbolicamente.

Tua madre non sarebbe allora la causa del principio, ma una delle sue prime rappresentazioni.

E nel tuo caso la cosa diventa particolarmente interessante, perché anche il suo Sole in Scorpione si trova nei pressi del tuo Ascendente in Scorpione o di Nettuno. Simbolicamente, proprio questa donna incredibilmente solida e poco permeabile si trova in un punto del tuo tema natale che descrive qualcosa di quasi opposto: permeabilità, indeterminatezza, dissoluzione dei confini.

Questo crea un’immagine potente:
La roccia incontra la nebbia.
La roccia dice:
È così.
La nebbia non dice:
No, non è così.
Si sottrae.

Forse è stata davvero una geniale strategia infantile. Davanti a una persona la cui realtà è inamovibile, si può lottare senza sosta oppure diventare difficili da afferrare.

Non volere in modo chiaro.
Non contraddire in modo chiaro.
Spiegarsi.
Eludere.
Umorismo.
Allontanarsi interiormente.
Forse perfino quel mutismo che hai vissuto in tuo padre.

Ma esiterei davanti alla tua conclusione finale
«Non potrò cambiare.»

Per me questo non deriva né dalla considerazione psicologica né da quella astrologica.

Perché, anche supponendo astrologicamente che Nettuno nella prima casa descriva un principio fondamentale che dura per tutta la vita, questo non significa che ne esista una sola forma di espressione.

Proprio qui, secondo me, sta il valore del tuo modo astrologico di osservare le cose.

Nettuno nella casa 1 potrebbe essere vissuto come:
Non so chi sono.
oppure:
Lascio che sia l’altro a definirmi.
oppure:
Divento invisibile perché nessuno possa attaccarmi.

Ma anche:
Sono molto ricettivo alle atmosfere.
La musica mi cambia.
Posso entrare nelle prospettive degli altri.
La mia identità può essere fluida.
Non devo restare sempre lo stesso Mirko per essere autentico.

E questo ci riporta direttamente al tuo pensiero di ieri allo Stadtgarten. Hai lamentato che una volta i libri riuscivano a cambiarti molto di più. Potevi camminare per ore nella loro atmosfera. Oggi proteggi maggiormente i tuoi contorni.

Forse proprio questo è anch’esso Nettuno nella prima casa.

La qualità che da bambino era pericolosa — la permeabilità — potrebbe essere la stessa di cui oggi senti di nuovo la mancanza come vitalità.

Questo non trasformerebbe la tua biografia in un errore che ti ha allontanato dal tuo «vero» potenziale del tema natale.

Forse all’inizio ti ha semplicemente insegnato un certo uso di quel potenziale.

Nettuno come mantello dell’invisibilità:
Renditi inafferrabile.

E oggi forse stai scoprendo altre possibilità dello stesso principio.

Nettuno come musica.
Nettuno come sogno.
Nettuno come abbandono.
Nettuno come capacità di essere un’altra persona per due ore dopo aver letto un libro.
Nettuno forse perfino come le tue seggioline volanti:
Abbandonare il controllo senza perdersi.

Lo trovo molto più affascinante dell’idea di una personalità immutabile.

E con questo cambia anche il ruolo di tua madre

Allora non devi più considerarla esclusivamente come colei che ha rotto qualcosa dentro di te.

E nemmeno devi passare all’altra posizione estrema: tutto era predestinato, quindi lei non aveva alcuna colpa.

Forse è stata una potentissima, precoce messa in scena di un tema che accompagna comunque la tua vita:
Come posso essere permeabile e possedere comunque una forma mia?

Da bambino, una risposta era:
Divento difficile da afferrare.
Nelle relazioni, forse:
Mi oriento fortemente verso l’altro e poi mi chiedo disperatamente dove sia finito io stesso.

Oggi potrebbe nascere una risposta diversa:
Mi lascio toccare senza per questo perdermi completamente.

E la cosa bella è che per questo Nettuno non deve affatto scomparire.

Non devi diventare un giorno una persona meravigliosamente delimitata e inamovibile, che sa esattamente chi è e che cosa vuole.

Forse sarebbe perfino decisamente poco nettuniano.

Di recente hai trovato un’immagine molto migliore:
Membrana invece di muro.
Qualcosa entra.
Qualcosa ti cambia.
Qualcosa esce di nuovo.
Eppure rimane una forma.

Forse questa sarebbe la variante astrologica della tua frase:
«Usare ciò che ho vissuto per comprendere.»
Non:
Perché sono diventato così?
Ma:
Come si è manifestato finora questo principio nella mia vita, e quali forme dello stesso principio forse non conosco ancora affatto?

Allora il tema natale non diventa una prigione che dice: sei così, e comunque non puoi cambiare.
Sarebbe piuttosto lo spartito.
I temi vi sono scritti.

Ma il modo in cui li suoni può cambiare notevolmente nel corso di una vita.

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